Io e il fotografo Paolo Di Paolo

Io e il fotografo Paolo di Paolo.

Tanti anni fa, verso la fine degli anni novanta, la mattina alle prime ore dell’alba a Porta Portese incontravo spesso  a rovistare tra le bancarelle un anziano signore e a forza di incontrarci la domenica davanti alle stesse bancarelle venni a sapere che cercava documenti, riviste, fotografie  che riguardavano l’Arma dei carabinieri. Così capitò di vendergli dei documenti molto rari del periodo dell’occupazione di Roma da parte del nazismo.  Dopo quel nostro primo rapporto quell’anziano signore venne a farmi visita nella mia libreria con un regalo. Era una foto di Pasolini a Monte dei Cocci. Quel regalo fu una vera sorpresa e subito pensai che quella fotografia l’avesse trovata tra le bancarelle di Porta Portese. In quell’occasione mi disse che lavorava come ricercatore di materiale iconografico per il Comando Generale dei Carabinieri e che quei documenti erano stati  molto apprezzati dal generale dell’Arma. Ci furono altre occasioni di vendita sempre a quell’anziano signore che un giorno tornò a farmi visita ancora con un regalo, era una fotografia che ritraeva il bel volto di Ezra Pound con una dedica: “la stima di Paolo Di Paolo”. Quel signore si chiamava Paolo Di Paolo e c’era la sua dedica impressa con un pennarello verde sulla fotografia. Questa volta non c’era ombra di dubbio, quella fotografia non l’aveva trovata su una bancarella ma quell’anziano signore ne era l’autore. Quel regalo suscitò la mia curiosità e gli chiesi notizie del suo passato di fotografo. Mi rispose infastidito che non gli andava di parlarne perché non voleva essere scambiato per un “paparazzo”. Alla mia insistenza per conoscere il suo lavoro con il tempo fu più disponibile e mi disse di rivolgermi a suo figlio per vedere le fotografie di quegli anni. Con il figlio si creò subito una simpatia e insieme cominciammo ad aprire quelle buste che custodivano le fotografie e su ogni busta c’era segnato il titolo del servizio fotografico.

Leggevo i titoli a voce alta scritti a penna: Simone Signoret e Yves Montand 1956, Monica Vitti e Michelangelo Antonioni 1958, Anna Magnani nella sua villa a San Felice Circeo 1955, Charlotte Rampling 1956, Marcello Mastroianni e Faye Dunaway 1957, Pier Paolo Pasolini Monte dei Cocci 1960 e tanti altri servizi che mi scorrevano davanti gli occhi. Da quelle buste cominciammo a scegliere le fotografie che avrei preso in deposito e facemmo una lista con accanto il prezzo della vendita e così cominciai a metterle sul mercato dopo che per tanti anni erano rimaste volutamente nell’oblio. Quelle fotografie ebbero un tale successo che un mio amico critico mi consigliò di farne una mostra ma l’anziano signore non voleva saperne e mi ripeteva come un mantra: “ Non voglio essere scambiato per un paparazzo”. Aveva il terrore di quel passato, quasi che volesse nasconderlo a se stesso e agli altri.  Intanto le fotografie avevano successo soprattutto tra gli stilisti del mondo della moda: Alessandra Facchinetti , Frida Giannini, Maria Grazia Chiuri, Alessandro Dell’Acqua, Giambattista Valli e i collaboratori di Alessandro Michele ne comprarono per farne soprattutto dei regali.

Un giorno la mia amica Ala D’Amico venne in libreria con il fotografo americano Bruce Weber di cui era assistente. Con Bruce Weber grazie alla sua squisita gentilezza si creò subito un clima gioioso che si può gustare attraverso gli scatti che ci facevamo a vicenda  insieme a Giosetta Fioroni. Poi ci fu un momento gioioso quando il fotografo  Bruce Weber regge una bianca tela con la scritta: “I am a real artist” che  gli copre una parte del corpo.  Poi Nan interrompe quella scena gioiosa  mostrando a Bruce un catalogo di fotografie dei suoi attori preferiti : Marcello Mastroianni, Giulietta Masina, Monica Vitti, Michelangelo Antonioni, Pier Paolo Pasolini erano le foto di Paolo Di Paolo che Bruce oltre alle numerose foto trouvè volle acquistarle e non c’era una volta che veniva in Italia e passava al museo del louvre che non ne comprasse qualcuna per aggiungerle alla sua collezione. Andando via mi disse che avrebbe voluto vivere lì indicandomi il museo del louvre. ( Le fotografie di Paolo Di Paolo acquistate da Bruce Weber a Roma alla galleria “il museo del louvre” sono state pubblicate nel libro “All American” di cui è autore ed editore, costituendone il corpo centrale).

Un giorno quell’anziano signore mi stupì ancora con il suo ingresso nella libreria al grido: “l’8 marzo sono sessanta anni che Il Mondo di Mario Pannunzio ha chiuso i battenti e io voglio ricordarne la memoria”. Quelle parole stavano a significare che quel signore, anzi il fotografo de “Il Mondo” Paolo Di Paolo si era deciso ad esporre per quell’anniversario le foto che aveva pubblicato su quel settimanale. Così a 60 anni da quella data Bruce scrive nel catalogo della mostra al museo del louvre  “Paolo Di Paolo Il mio Mondo” (8 marzo-12 aprile 2016 a cura di Giuseppe Casetti con testi di Ermanno Rea , Bruce Weber e Silvia Di Paolo): “ Un paio di anni fa Nan ed io camminavamo per via della Reginella, a Roma insieme con la nostra amica Alessandra D’Amico che ci faceva da Guida e ci spiegava che quello era stato il quartiere ebraico, divenuto poi ghetto durante la seconda guerra mondiale: Entrammo in una piccola galleria chiamata “il museo del louvre” dove incontrammo il proprietario Giuseppe Casetti e Giosetta Fioroni, la sua artista preferita. Parlammo di fotografia e intanto guardavamo la stanza piena di stampe di Francesca Woodman. Uscendo insieme a Giosetta fuori per la via per farle un ritratto fummo presto circondati da mamme, bambini e cuochi con i loro grembiuli. Nan mi raggiunse per mostrarmi, ammirata, alcune foto dei miei attori e registi preferiti che aveva trovato nel negozio di Giuseppe: Marcello Mastroianni, Giulietta Masina, Monica Vitti, Michelangelo Antonioni, Pier Paolo Pasolini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica e tanti altri. Dietro ad ogni foto c’era lo stesso nome: Paolo Di Paolo. Da quel momento ho avuto la fortuna di entrare in possesso di molte altre sue foto, divenute parte della mia collezione”.

La mostra fu un successo inimmaginabile grazie anche al contributo di Silvia Di Paolo che riuscì a far superare la soglia del museo del louvre a quella classe imprenditoriale, di industriali, professionisti e di gente nota che non aveva mai messo piede ai miei vernissage frequentati fino ad allora per lo più dal popolo che amo: proletari dell’arte, inventori e filosofi perditempo, vagabondi delle stelle, flaneurs.

Ci fu un altro avvenimento con protagonista Bruce Weber fotografo e regista, (tra i tanti suoi film e corti da ricordare il documentario del 1988 “Let’s Get Lost” basato sulla vita del jazzista Chet Baker), quando il 21 marzo 2019 nella libreria il museo del louvre  iniziarono le riprese del documentario “ The Treasure Of His Youth, the photographs of Paolo Di Paolo” con la regia di Bruce Weber che il 23 marzo 2021 sarà proiettato alla Festa del Cinema di Roma.

Vari anni dopo quella mostra venne al museo del louvre  insieme a Silvia di Paolo una “impiegata” di Gucci che voleva vedere quel “piccolo negozio” (sono parole sue), dove c’era stata la mostra di Paolo Di Paolo, e dalle sue parole si poteva intendere che Gucci, con la mostra al Maxxi “finanziata” dalla casa di moda che ci sarebbe stata da li a pochi mesi, ci teneva a voler essere il detentore della scoperta del fotografo de “Il Mondo”. Rimasi basito da quel tentativo molto “provinciale” e tutto “romano” ma impossibile da realizzare a causa della pubblicazione anni prima del catalogo della mostra: “Paolo Di Paolo Il mio mondo” e dell’articolo apparso sul Corriere della Sera il 3 aprile 2016 dal Titolo: “Un Mondo di foto”.      

Il 17 aprile 2019 Al Maxxi Museo Nazionale delle arti del XXI secolo si inaugura la mostra “Paolo Dio Paolo. Mondo perduto” a cura di Giovanna Calvenzi,  Main Sponsor Gucci.  Nel comunicato stampa si legge: In mostra oltre 250 immagini, ritrovate per caso da sua figlia Silvia in cantina, una ventina d’anni fa. Nel catalogo della mostra scrivono: Allessandro Michele, creative director Gucci e Silvia Di Paolo.  Il testo di Alessandro Michele è il seguente: “And yet I only fortuitously came across Di Paolo’s work at the Museo del Louvre, a bookshop cum gallery in Rome that just happened to be selling off some of his photographs. My curiosity did the rest….”, mentre Silvia Di Paolo scrive: “About twenty yea rs ago I was rummaging through my parents’ cellar looking for a pairof skis when I noticed a chest of drawers and a shelf crammed with orange boxes marked Agra.” They were packed with negatives and photographic prints. Then there was a filingcabinet, with an alphabetical list of incredible names of artists, writers, actors…Istarted opening the boxes and I was astonished by the prints.Ecstatic, I ran to my father. “Dad, I found a collection of photos in the cellar.What are they? Who took them? What are they doing in the cellar?”He softly replied, “They’re mine. Mi dispiace contraddire Alessandro Michele, ma lui non ha mai messo piede nel museo del louvre, … me ne sarei accorto perché è impossibile non notarlo! Le foto di Di Paolo giravano nel mondo della moda perché molti stilisti miei clienti incominciavano ad apprezzarle e le compravano per fare dei regali. Sicuramente Alessandro Michele una sbirciatina su qualche foto l’avrà data! Lo stilista ha il merito di aver amplificato la risonanza delle foto di Paolo Di Paolo, dopo tre anni dalla mostra al museo del louvre. Così va il mondo! Ma la leggenda creata da Silvia Di Paolo che trova circa venti anni fa le foto del padre in cantina, certo fa un bell’effetto, ma le cose sono andate diversamente da quello che lei lascia intendere. Il mio rapporto con i Di Paolo è stato inizialmente solo con il figlio, con cui ho scelto nell’archivio le foto di Paolo Di Paolo, le ho stimate e cominciato a venderle. Sia il fotografo che la figlia non se ne  erano mai interessati. Il fotografo non ci teneva a far conoscere il suo passato  non voleva saperne e mi ripeteva come un mantra: “ Non voglio essere scambiato per un paparazzo”. Aveva il terrore di quel passato, quasi che volesse nasconderlo a se stesso e agli altri. Silvia Di Paolo l’ho incontrata nello studio quando improvvisamente, dovendo  portare il ricavato delle vendite al fratello,  al suo  posto, subentrò lei.  Il 23 ottobre 2021 alla Festa del Cinema di Roma, all’Auditorium c’è stata  la proiezione di “ The Treasure of His Youth: The Photographs of Paolo di Paolo”, un film-documentario che il   ha dedicato al fotografo nato a Larino. Recandomi a quell’evento ero fiducioso che la verità sarebbe emersa cancellando quella che è diventata una leggenda metropolitana raccontata da Silvia Di Paolo.  Chi ha scoperto e divulgato il lavoro del  fotografo Di Paolo  si evince dal testo di Bruce Weber: “Paolo Di Paolo un nostro amico a Roma”, nel catalogo della mostra del marzo 2016: “Paolo Di Paolo Il mio Mondo” organizzata al museo del louvre, in cui  io racconto ciò che ho espresso nelle riprese del film “The treausure of his Youth” che  Bruce Weber ha girato nella mia libreria galleria. Nel film documentario del regista ricompare quell’immagine stantia dell’italiano spaghetti e mandolino e  la canzone “Sciuri, sciuri, sciurì di tuttu l’annu…” dove   Weber  riesce a far sentire l’odore della “bella porca di Ariccia co un bosco di rosmarino in de la panza” nella  scena del fotografo di Larino, mentre riceve nel giardino della sua villa il regista e la sua troupe offrendo porchetta e mortadella.  La stessa immagine dell’Italia degna del testo di Ernesto De Martino “Sud e magia” compare  quando riprende il povero Di Paolo nell’esilarante racconto dei primi mesi di vita, narrando che il  medico del paese gli suggerì un bagno nel vino  per salvarlo dalla morte prematura. Con mia sorpresa quanto ho raccontato durante le riprese del film non compare e diviene soltanto un bell’elogio alla figura aristocratica di Di Paolo, senza evidenziare lo sforzo di chi  lo ha tolto dall’oblio. Di Paolo ha assunto notorietà grazie al mio lavoro, nonostante la resistenza del fotografo  che mi recitava come un mantra “non voglio essere scambiato per un paparazzo”. Invece tu Bruce,  hai fatto la volontà di Gucci che ci teneva a cancellare la mostra al museo del louvre nel 2016 assecondando la richiesta  dell’ “impiegata” di Gucci, accompagnata nella mia libreria da Silvia Di Paolo, di nascondere il reale svolgimento dei fatti facendo apparire Gucci lo scopritore dell’artista. Mi hai deluso!

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Fausto Delle Chiaie “Posto al centro” a cura di Giuseppe Casetti 10 maggio 2001

” Dormitorio” il filmato è relativo a una delle installazioni in occasione della mostra Fausto Delle Chiaie “Posto al centro” riprese e montaggio di Flavio Sciolè. L’evento si è svolto in occasione della mostra “Posto al centro” presso i locali del “Rialto-Sant’Ambrogio” Roma via di Sant’Ambrogio 4. Si ringrazia: Rita Bucchi, Rialtoccupato, Giuseppe Casetti.

 

Fausto Delle Chiaie “Archivio mio”

“Archivio mio” il passato, il presente e il futuro. Intervista a Fausto Delle Chiaie di Giuseppe Casetti in occasione della mostra “Posto al centro” Al museo del louvre di Giuseppe Casetti e al Rialto-Sant’Ambrogio dal 10 maggio al 19 maggio 2001 (riprese video Giuseppe Casetti durata min. 14,50)

Diana Rabito Performer, Artista, Poetessa, Aviatrice, Attrice.

“Giovanna dei trampoli” ph. Claudio Abate

Mostra a cura di Giuseppe Casetti

Quelle favole lanciate sui tetti i gesti d’ arte di Diana Rabito

E’ passata come una stella cadente sulla scena romana dell’ arte degli anni Settanta. Diana Rabito se ne è andata venerdì notte. E di lei resta la memoria di quell’ aereo che sorvolò il cielo della capitale una notte di Natale di quarant’ anni fa, per lanciare sulle teste dei romani volantini con il testo di una favola. Un gesto avanguardista. Per narrare una fiaba. Quella storia per bambini si intitolava Cielo entronauta. E cadde come la neve su Roma il 24 dicembre 1972. Di Diana Rabito restano altri lavori e storie, immortalati dalla macchina fotografica di Claudio Abate, il reporter dell’ arte romana. E poi anche memoria di una mostra alla galleria Seconda Scala di Adriana Bucciana in quei vivissimi anni Settanta di Roma che, schiacciati tra i fasti dell’ Arte Povera dei Sessanta e il ritorno alla pittura della Transavanguardia degli Ottanta, sono al centro della riscoperta nella mostra del prossimo ottobre curata da Daniela Lancioni al Palazzo delle Esposizioni. «Diana – precisa Achille Bonito Oliva – era legata in quel periodo a figure come Vettor Pisani e Gino De Dominicis. Lei, da pittrice, sviluppò quel tasso di esoterismo che era implicito nell’ attenzione di Pisani per i Rosa croce e di Gino per il mito di Gilgamesh». Rabito aveva lo studio a via del Babuino e un passato, negli anni Sessanta, da attrice di film popolari, come il giallo Ipnosi e il drammatico Le due leggi (1963), ma anche una parte nel capolavoro diretto nel 1965 da Sergio Leone Per qualche dollaro in più. Poi un passo indietro, il ritiro nella sua casa al mare. E l’ uscita progressiva di scena. «Diana Rabito è stata un’ artista genialee rigorosa, schiva rispetto alle competizioni», il ricordo di Bonito Oliva.

Carlo Alberto Bucci (La Repubblica 23 giugno 2013).

Nel 1971 nella   presentazione della mostra  di Diana Rabito nella galleria Soligo ”Ipotesi sul consumismo” Franco Solmi scrive: “ (…) Diana Rabito pare nutrirsi d’odio e perseguire, con allucinata determinazione, un suo disperato disegno; disperato perché nell’atto della denuncia è implicito quello della sconfitta: Nei suoi dipinti non c’è davvero speranza, piuttosto vi  si può cogliere un’amara irrisione dell’uomo che “ vive e veste panni” con l’etichetta protettrice del sistema. Forse mi sbaglierò, ma credo che in questa pittrice l’inquietudine si assommi alla perdita di ogni possibile speranza, e sfoci nel discorso senza alternative che oggi ci propone, come sfociasse nel suicidio. Non si tratta solo di morte dell’arte, intellettualmente così ben fondato, ma di una morte di sé che l’uomo, e quindi l’uomo-artista, sente incombere da ogni parte. La morte dell’individuo non può avere risarcimento nel mondo delle “copie conformi” in cui stiamo vivendo e affondando giorno per giorno. Non può esserci  risarcimento per il creatore di immagini laddove l’immaginazione non ha preso il potere. Il cammino di questa artista è quello di tanti altri: costretta ad aprire gli occhi su una realtà del presente istituzionalizzato, Diana Rabito non immagina più il Che Guevara o Debray, ma file di cappotti e camicie, di stampelle e oggetti pronti a rivestire ed investire l’uomo socializzato da vincoli del consumo di sé. 

Franco Solmi

 ESPOSIZIONI

1970  Diana Rabito  (mostra personale) dal 7 al 19 marzo 1970 Palazzo Galvani.

1971 Diana Rabito “Ipotesi sul consumismo” presentazione di Franco Solmi  24 aprile – 10 maggio Galleria Soligo.

Inoltre negli anni settanta ha esposto – Reggio Emilia- Libreria Rinascita- giugno Pescocostanzo- Palazzo Fonzago – Mostra Nazionale “Grafica2”- agosto-Spoleto- “Per una nuova generazione dell’arte”- galleria del Duomo- settembre.  Di lei hanno scritto Calabria, Di Grazia, Meconi, Pignotti, Ruggeri,Solmi. Illustra la rivista Italsider.

1972  Diana Rabito  presentazione di Franco Solmi Palermo : Galleria “La Tela”, 1972
1974
Mostra autogestita a Roma 4 gennaio Palazzo Braschi a Roma la «Mostra di grafica autogestita», sotto l’egida del Comune e della rivista «Capitolium». L’iniziativa è di rilevante significato: si tratta infatti di un tentativo (il primo a mia memoria) di una autogestione condotto da un gruppo di artisti e tendente al controllo dell’intero ciclo della produzione artistica.

1975 Diana Rabito  “Gioconda Scala” gennaio gennaio 1975  galleria Arco D’Alibert Roma

1975  11-22 gennaio  Palazzo delle esposizioni Roma “Gioconda scala”

1977 Diana Rabito “Dondolo permanente” “L’ovale è un tondo preso a schiaffi” Galleria del Cortile 1977

1977 Biennale dei Giovani di Parigi    Diana Rabito, Fotoromanzo: un amore, 1973, frammento. L´artista ha partecipato alla Biennale dei giovani di Parigi presentando una serie di lavori diversi, tra il 65 e il 76 e accomunati da un unico filo conduttore “Cannibalismo retinale e Craquelure” 1973 tecnica mista Fotografo: Settanni Pino

1977

https://www.ihttp://asac.labiennale.org/it/passpres/artivisive/sem-ricerca.phpncontriinternazionalidarte.com/1977

1977 Bari – Expo Arte 1977 – Mostra “Ipotesi ’80” -Interno di alcuni stand espositivi della manifestazione “Ipotesi ’80”. Tra i presenti, gli artisti  installazione l?ambiente di Diana Rabito è composto da diversi elementi, definiti dall’artista, ricordi raccontati. I quattro lavori, “Venezia”, “Interno Italico”, “Ricordo biondo” e “pelledoca”, sono stati esposti in un unico spazio enigmatico cui si accedeva da una porta fessura fotografo Colombo Giorgio

Diana Rabito “Dondolo Permanente” 1971-1977 (Nella foto: “L’ovale è un tondo preso a schiaffi” 1971- (Part. Di sinistra) (Elemento suggerito dall’ambiente) in alto a destra: “FOR-CINA. 1977 (particolare)

1981

Diana Rabito “Arte e Critica 1981” a cura di Ida Panicelli Galleria Nazionale d’Arte Moderna 1981 (opera esposta “Eros Paysage”).

13a Biennale Internazionale del Bronzetto Piccola Scultura Padova Eremitani Novembre 1981 / Gennaio 1982 Testi di Guido Montesi, Settimo Gottardo, Giuseppina Dal Canton, Umbro Apollonio, Giulio Carlo Argan, Max Bill, Ryszard Stanislawski, Giorgio Segato, Alexander Bassin, Janos Frank, Carlo Munari, Franco Solmi, Dora Vallier, Lea Vergine.

1984

Diana Rabito Centre Culturel Thibaud de Campagne “D’unPercours Italien : la strada occulta a cura di Pierre Ponant e Vanessa Delouya 18 febbraio – 25 marzo. Troyes. (opere esposte: La vista dell’angelo, Erospage 1977, Erospaysage di maggio 1981, Ciuchino 1982, Prigionieri del sogno 1982, Autoritratto nel vento di piazza di Spagna 1981)

Diana Rabito Galleria “Passages” (Associazione di Arte Contemporanea) “D’unPercours Italien : la strada occulta. 18 febbraio – 25 marzo. Troyes.

Diana Rabito “Arte e Alchimia” a cura di Arturo Schwarz  Biennale di Venezia Giugno.

 

1986 XLII Esposizione Internazionale d’Arte : la Biennale di Venezia : arte e scienza / [redazione, Enrico Basaglia, Giovanni Keller]. 1986

1991 Artae Achille Bonito Oliva  Prearo editore catalogo Circolo degli Artisti 25 ottobre – 11 novembre 1991 Roma

 2018 Barcellona Pozzo di Gotto: “Caos” non è solo il titolo, ma anche la realtà di questa XXV Esposizione Nazionale d’Arte “Artisti per Epicentro”, con ottanta artisti in mostra al Museo Epicentro di Gala. Perché questa volta Nino Abbate, 16 dicembre 2018

Bibliografia

1980 Renato Barilli  Mostre  Flash Art

1984 Nell’autunno del 1984 al villaggio dei pescatori di Fregene l’artista povera Diana Rabito, unica amica in quel mare di commercianti grassi e di ristoratori facinorosi, ci presentò a un suo amico pittore.“La pittura – ci disse Diana introducendoci a Tano Festa – è la scienza del colore“.Tano : “Se non hai l’energia di sostenere la tua intelligenza, essa ti uccide e diventi un pezzo di haschish e ti fai fumare dalla vita

Marta Seravalli  Arte e femminismo a Roma negli anni settanta Biblimk editori

Aldo Ricci Brasile d’inferno edizioni Robin

“al villaggio dei pascatori a Fregene Infine c’era Diana Rabito, l’artista plastica, che mi sosteneva con un repertorio di massime come queste: “Il dolore fa dell’intelligenza una lama di rasoio”

Tra i suoi film come interprete, ricordiamo:
Per qualche dollaro in più (1965), IPNOSI (1963), Le due leggi (1963), SEXY CHE SCOTTA (1963), LA PICA SUL PACIFICO (1959), VITE PERDUTE (1958), SERENATE PER 16 BIONDE (1957),

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