Mario Dondero: Una certa Roma

mostra a cura di Giuseppe Casetti
con un testo di Fulvio Abbate

A proposito di Mario Dondero che guarda alcuni artisti romani

Da una foto dove si mostra com’è fatto un artista, per definizione, ci si aspetta molto, almeno un volto, un corpo e dei gesti unici, straordinari, quasi magici; ci si aspetta addirittura un miracolo somatico. Quasi come dalla foto che contiene gli occhi dell’assassino, una persona di cui si dice, osservandola lì ritratta, poco importa se in manuale di antropologia o sulla scheda segnaletica, quest’uomo ha commesso qualcosa di indicibile. Si tratta, probabilmente, di una vecchia abitudine romantica legata al principio del carisma poetico, ma in ogni caso, da questo genere di immagini, giusto o sbagliato che sia, non ci attende nulla di meno.

Noi invece adesso, osservando le foto di Mario Dondero destinate a raccontare nel tempo un certo momento della Roma degli artisti, proveremo a scegliere un altro percorso, se non proprio critico almeno interpretativo, la strada della naturalezza, ignorando quindi il sapere specifico e perfino i nomi e il fulgore della fama dei singoli personaggi che Dondero ha centrato (e raccolto in un ideale cosmologia) con il suo obiettivo. Ammesso che per gli artisti valga lo stesso principio di notorietà che comprende invece coloro che per definizione operativa si affidano alla visibilità, pensiamo agli attori, agli sportivi, pensiamo appunto agli assassini, così come, una volta assicurati alla giustizia, appaiono sui giornali. Ci comporteremo insomma come se non sapessimo nulla, esattamente nulla di tutte queste persone. Faremo in questo modo per un bisogno (il termine non sembri eccessivo), “antimetafisico”, o forse per un fatto di semplice democrazia della visione, rinunciando alla retorica che solitamente abbonda in questo genere di casi. Ci affideremo unicamente al visibile, ossia a ciò che Mario Dondero, da maestro della fotografia, ha depositato sulla carta sensibile. Mi direte forse che si tratta di una scelta crudele o piuttosto riduttiva, una soluzione destinata a fare ingiustamente tabula rasa di ogni mitologia che riguardi l’avventura artistica che tuttavia comprende i soggetti rappresentati. E’ vero, ma sarebbe altrettanto discutibile considerare semplici illustrazioni di un passato poeticamente esemplare l’insieme delle foto qui raccolto.

Basterà allora una successione di nomi e di attitudini specifiche a colmare ogni lacuna di segno storiografico? Certo, che no. Ma se proprio qualche nome va fatto, si sappia allora che nella selezione del “corpus” fotografico dedicato da Mario Dondero ai protagonisti del finesecolo (e oltre) artistico romano compaiono le seguenti figure, meglio, alcuni volti talvolta accompagnati da pochi oggetti personali: Mimmo Rotella con una tela e la sua Mg, il pittore Gastone Novelli, lo scultore Eliseo Mattiacci, un giovanissimo Renato Nicolini, una veduta serale (o magari tardo pomeridiana) del bar Rosati di piazza del Popolo, Renato Mambor con i suoi “Uomini statistici”, il viso del poeta Giuseppe Ungaretti, De Chirico e la moglie Isabella nella terrazza della loro casa di Piazza di Spagna, il poeta Leonardo Sinisgalli, ancora Mimmo Rotella, il pittore Giulio Turcato con l’immancabile basco di certe stagioni, il pittore Franco Angeli, lo scultore Nino Franchina, la pittrice Carla Accardi con altri commensali, ancora Gastone Novelli, il pittore Achille Perilli nel suo studio di Via Flaminia, il pittore e drammaturgo Fabio Mauri, la pittrice Giosetta Fioroni, Jannis Kounellis con i suoi “Telegrammi”, Cy Twombly mentre dipinge, lo psichiatra Franco Basaglia e il pittore Ruggero Savinio, Sergio Lombardo con i suoi “Gesti tipici”, e infine lo scrittore Goffredo Parise insieme a Pier Paolo Pasolini e Laura Betti. E ancora Pasolini con Moravia e l’immancabile Betti, fotografati, alla Fiaschetteria Beltrame in Via della Croce detta Cesaretto. Lo sappiamo, non è ancora una carta di identità, ma contiene comunque una risposta soddisfacente a coloro che ritengono che pronunciare il nome di un artista basti a riflessioni di un pensatore complesso e bifronte quale Walter Benjamin. Se le cose stanno così, non resta che affidarsi alle foto di Dondero provando a immaginarle come pur e semplici presenze di corpi, corpi nel mondo, corpi che, insieme a pochi altri indizi di tempo storico, hanno saputo farsi spazio nel rettangolo del negativo. Non il trionfo del formalismo, ma neppure la retorica del genio.

Si deve alla tenace e irriducibile volontà di Giuseppe Casetti, studioso, collezionista e perfino esercente, nonché fondatore del suo decisamente leggendario “museo del louvre”, questo secondo appuntamento espositivo, quasi una secessione dall’ufficialità cittadina, ma in ogni caso un omaggio a un signore della fotografia, Mario Dondero.

Fulvio Abbate